Fondazione Monte dei Paschi di Siena




Direttore responsabile:
Gianni Tiberi

Hanno collaborato a questo numero:
Gianni Tiberi
Samanta Bora
Federica Sali

Testata registrata presso il Tribunale di Siena il 2 aprile 2004 con il n. 752.

Dossier

Il pensiero di Maritain e il ruolo degli istituti culturali in Italia e in Europa

Il nostro Paese come pure l'Unione europea stanno vivendo un deficit di cultura? È l'interrogativo che ha animato l'incontro sul tema "Il ruolo degli Istituti culturali nella prospettiva italiana ed europea" che il 10 dicembre scorso l'Istituto Internazionale Jacques Maritain e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, con la collaborazione dell'Università degli Studi e dell'Università per Stranieri, hanno organizzato presso il Complesso Museale Santa Maria della Scala. Il programma prevedeva una sessione al mattino, presieduta da Pietro Adonnino, presidente dell'Istituto Maritain. I saluti di apertura erano affidati a Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Mps, Giovanni Minnucci, prorettore vicario dell'Università degli Studi di Siena e Massimo Vedovelli, rettore dell'Univesrità per Stranieri di Siena.

Le relazioni sono state tenute da Franco Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana e presidente dell'Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiane (AICI), Roma; Luigi Bonanate, Università degli Studi di Torino, Jean-Dominique Durand, Università Jean Moulin -  Lyon III, Lione. Alla tavola rotonda del pomeriggio su "Coscienza europea e contributo delle Istituzioni culturali", presieduta da Marcello Flores d'Arcais, Università degli Studi di Siena, sono poi intervenuti Pierluigi Consorti, Università degli Studi di Pisa; Llibert Cuatrecasas, presidente del Institut d'Estudis Humanistícs Miquel Coll i Alentorn, Barcellona; Pier Virgilio Dastoli, consigliere della Commissione Europea; Università Telematica Internazionale UniNettuno. Le conclusioni sono state affidate a Roberto Papini, segretario generale dell'Istituto Maritain.

Il dibattito approfondito ha trovato concordi quasi tutti i relatori, provenienti da Paesi diversi. La crisi politico-culturale dell'Europa è evidente: non è tanto dovuta alla crescita del multiculturalismo, come molti sostengono, ma soprattutto alla perdita del suo slancio iniziale per l'oscuramento delle sue finalità (la pace, lo sviluppo, ecc.) da parte dei cittadini e un ritorno sempre maggiore dei nazionalismi, a volte anche per cause identitarie. È vero che il trattato di Lisbona, come noto, contiene una serie di misure che rinforzano i poteri dell'esecutivo e del Parlamento europei, ma le difficoltà per arrivare a vararlo dimostrano ampiamente quanto affermiamo. I cittadini dei Paesi europei, che hanno perduto la memoria storica degli scontri sanguinosi e secolari che hanno segnato la loro terra che vuol essere la "madre" dei diritti dell'uomo non hanno ancora individuato le ragioni del loro "vivere insieme" (con i suoi vantaggi e i suoi sacrifici) e forse lo comprenderanno solo quando le sfide delle potenze emergenti (Cina, Giappone, Brasile, India, oltre agli Stati Uniti) saranno più evidenti. D'altronde i Paesi dell'Europa centrale, come ricorda Kundera, non si sentivano più europei allorché avvertivano l'URSS come una minaccia permanente? Ed è di fronte a quella  minaccia - oltre ad una memoria storica ben viva degli orrori della prima parte del Novecento - che gli Schuman, gli Adenauer, i De Gasperi, i Mollet e gli Spaack, per citare solo alcuni dei padri dell'Europa, assieme hanno sviluppato l'integrazione del continente.

Certo le differenze tra noi esistono, ma questo piccolo istmo dell'Asia che si chiama Europa, bagnato dal mare nostrum, ha visto fiorire una tra le civiltà che più hanno dato all'umanità: il senso della persona e dei suoi diritti, il senso della storia, il senso della democrazia... Certo anche altre civiltà hanno offerto al mondo contributi importanti: il confucianesimo l'armonia, la négritude africana il comunitarismo e così via, ma sono gli europei che hanno dato un nome all'Asia e all'Africa, perché quei popoli non avevano la sensazione di appartenere ad un unico continente.

Oggi di fronte alle sfide della modernizzazione e dei pericoli delle chiusure identitarie, i cittadini dei Paesi europei debbono decidere se riconoscersi nelle radici comuni (al di là di molte differenze nazionali e locali) ed aprirsi alla cultura dell'universale,  per usare una bella espressione del politico-poeta senegalese, Sanghor, o accettare un lento declino di fronte alle megasfide che altri continenti ci stanno ponendo, sfide che sono innanzitutto di natura culturale, basti pensare a quelle relative alla società della conoscenza e dell'innovazione.

Il nome di Jacques Maritain, uno dei pensatori più importanti (è sufficiente ricordare il suo contributo alla dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo) e più universali, ha aleggiato implicitamente ed esplicitamente durante il convegno perché dalla sua filosofia, come di altri autori personalisti (Levinas, Buber, Ricoeur, Guardini, Scheler, Pareyson...) si è rafforzata la nozione di persona e di democrazia di fronte ai totalitarismi di destra e di sinistra, sia tra le due guerre mondiali che durante la Resistenza, e successivamente, allorché si trattava di costruire un ordine nuovo rispettoso delle persone sulle rovine del désordre établi.

E a lui si ispirarono molti padri dell'Europa, allorché la cultura ed i valori avevano un significato che la postmodernità sembra aver svuotato di significato. Il  progetto illuminista di emancipazione dell'uomo si è rivoltato contro l'uomo?